essay: giochetti di dominanza. E Castel Magno.

Giochetti di dominanza. Sostanza e forme. Il brusio. E la mia voce, ovvero quello che uso da quasi sempre. Il confondersi, anzi l’annullamento di se, con i suoni del contesto. Non riverbera nel petto e neanche nella gola, solo un pochino in su, qualche accenno nel naso e via, fuori, ‘scusa, cosa hai detto?’ E cosi da quando avevo 12 anni e una professoressa mi ha detto di parlare ancor piu pianamente, perche la voce che mi era uscito in puberta’ tendeva di diffondersi troppo anche quando cercavo di parlare sottovoce. ‘Giovanni, ti sento fin qua su. Fai vibrare la tavola. Sh-h, silenzio.’



Quella seconda voce – di cui per causa di mancanza d’uso a volte dimentico e faccio fatica a trovare – sarebbe quello ‘normale’, quello che si usa. Fa una certa differenza, immediato e significativo, del comportamento particolarmente ad altri maschi. E, ahime, anche in me. Da presunto, nei modelli altrui, inferiore o sottomesso, tutto si rovescia – all’istante. Uomini che primo mi avrebbe guardato faccia a faccia presumendo dominanza chinano la testa e gli occhi. E io…divento meno…malleabile, se non proprio aggressivo. Anche la mia curvatura di spina dorsale e spalle -(sigh. anche quelli sono troppo larghi) – probabilmente scompaiono. Mi domando: e una strategie voluta da me? Ovvero e un meccanismo per mantenere piu basso il livello di testosterone anche se non e quello che evito, o perfino aumentare quello del cortisone (l’adrenaline e un po’ troppo sopravalutato)? e perché? Dov’e il mio equilibrio?


Perche prosegue nei simboli culturali. In Italia dei maschi: orologio e scarpe. Fa anche ridere, francamente. L’altro giorno sono uscito bello brutto, senza doccia, i pochi capelli – forse si potrebbe usare il singolare. Managgia – …un po’ disfatto, e ancora di più, come sempre, senza orologio. Jeans. E anche con un vecchissimo paio di Converse macchiato di smalto bianco. Ma smalto vero, non un disegno di un stilista. Sono andato a provare un negozio/ristorante di formaggi e salumi ecc nel ghetto. Arrivato il mio torno, il ragazzo magrolino che mi serviva lo ha fatto con uno sguardo, be, specifico. A quello primo di me, no. Aveva un bel Rolex sul polso e il commesso era tutto felicemente sottomesso.


Parlavo con il mio brusio e commentavo, facevo domande – perché e un buon negozio, roba bona, lait cru’ Francesi, Stilton, Castel Magno bello ammuffito di varie stagionature. Ma lui proseguiva a guardarmi come se fossi un barbone, quasi infastidito perche facevo domande specifiche e lui presumeva… quello che presumeva. La dominanza. Gerarchia. Poi ho chiesto se la loro mostarda era bello piccante e si rifiutava di rispondere, dicendo che la piccantenza e soggettivo. A quel punto il padrone del negozio, un omone con la barba come la mie, ha fatto un accenno – e lo sguardo del commesso subito si e inchinato. Ha ripetuto la domande al padrone e quest’ultimo mi ha guardato con sicurezza ma occhio a occhio, senza dominanza, e ha scossa la testa dicendo con un sorriso ‘No. Se terrei la mostarda piccante la mangerei tutto io.’ A quel punto il commesso ha smesso di guardarmi in un certo modo, anche se pur sempre infastidito.


L’idea a queso punto presumo e ovvio: Gli uomini che non sarebbero dominante o particolarmente attraenti in base ai segnali genetici di un certo tipo non solo promuovono ma confondano l’utilizzo e interpretazione di simboli gerarchicali con segnali genetici e comportamento? A tutti i livelli socioeconomico moderno, da commesso al senatore. E ci saranno strategie comportamentali per aumentare o diminuire circuiti correlati, influenzati nei loro contesti da ormoni?

Il Castel Magno non era male.

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